Il quieto vivere fa bene alle PAS?

Aggiornamento: 17 mag


La facilità con cui le PAS vanno in sovraccarico le spinge spesso a ricercare situazioni di stabilità che le tengono lontane dalla possibilità di vivere forti situazioni di stress.


Le PAS tendono quindi a cercare un equilibrio emotivo che spesso si traduce nello stare lontani dalle situazioni stressanti, magari adagiandosi in un vivere quieto e routinario senza troppi scossoni, cambiamenti o sorprese.


Tuttavia anche in questo scenario esistono delle insidie a cui si tende a prestare meno attenzione.


Il pericolo principale è costituito dall’ ipo-arousal (sotto-attivazione). Se possiamo definire l’iper-arousal (sovra-attivazione) come “reattività emotiva, ipervigilanza, panico, reazioni di tipo lotta/fuga/congelamento”, possiamo definire l’ipo-arousal come “bassa energia, blocco cognitivo, piattezza emotiva, intorpidimento”. Ecco allora che anche l’ipo-arousal può portare facilmente a una condizione di stress indotta dalla mancanza di scopo, di motivazione, di non utilizzo delle proprie risorse interiori, di noia.


Diverse persone mi riportano di pensare razionalmente che hanno tutto (un buon lavoro, una vita familiare soddisfacente, possibilità economiche) ma di sentirsi vuote e mancanti. E’ una sensazione che può essere conseguente a una condizione cronicizzata di ipo-arousal, in cui la persona non sta esprimendo la propria energia e il proprio autentico modo di essere ma, siccome si sta giudicando con categorie esterne da sé, fa fatica a rendersene conto.


L’equilibrio non risiede quindi nel limitare l’attivazione ma nel cercare il proprio optimal level di attivazione, ossia il proprio modo personale di essere, agire ed esprimersi. E sottolineo personale, perché l’utilizzare il giudizio degli altri come metro di valutazione della propria condizione è fuorviante. Il sentirsi bene, di successo, appagati è personale e questo vale forse anche di più per le PAS, che sentono tutto più degli altri, anche la noia, la demotivazione, la mancanza di scopo.


Parte tutto dalla conoscenza di sé. Dobbiamo essere in grado di capire quando stiamo andando verso il troppo, ma anche verso il troppo poco.

Dobbiamo anche superare il pregiudizio che le PAS non siano in grado di tollerare forti emozioni, cambiamenti, sfide. È scientificamente provato che le PAS sono la categoria di persone più resiliente.


Non è vero quindi che non possiamo spingerci oltre, uscire dal comfort zone, osare. Anzi, se non lo facciamo rischiamo di non trovare mai piena espressione di noi e restare lì nel congelatore.


La parola giusta da imparare è calibrare: calibrare le fasi di attivazione e quelle di recupero, darci modi e tempi di esprimere le nostre energie e le nostre emozioni , investendole anche al massimo, e darci modi e tempi per ritirarci e recuperare.


In questo senso, un percorso di coaching induce a creare uno squilibrio con lo scopo di fornire un addestramento per capire quando ci sentiamo bene a stare nel mondo e quando abbiamo bisogno di starci di meno.


Siamo sulla buona strada verso una positiva espressione di noi stessi quando confidiamo che non cadremo, anche se ci sbilanceremo, che abbiamo le risorse (anche troppe!) ma dobbiamo saperle usare con consapevolezza e a nostro vantaggio.