Chi l’ha detto che siamo fragili?



Abbiamo una grande responsabilità nel combattere il pregiudizio che [essere altamente sensibili] significhi essere deboli, fragili, suscettibili. Perché esattamente all’opposto di ciò che sembra, ci vuole molta forza per essere sensibili”.


Questa bellissima frase di Elena Lupo ci invita a riflettere su una delle più grandi incomprensioni rispetto al tratto dell’Alta Sensibilità, ossia che sensibilità equivalga a fragilità.


Questo pregiudizio l’ho avuto anch’io per molto tempo su me stessa e l’ho sentito spesso ripetere alle PAS con cui parlo. L’idea di essere fragili è molto radicata in noi.


In realtà credo che quello che facciamo sia confondere fragilità con amplificazione.

Siccome sentiamo tutto di più e spesso viviamo sulla soglia dell’essere sopraffatti dalle nostre tempeste emotive, crediamo di avere meno capacità degli altri di far fronte alle difficoltà. Ma, per quanto paradossale possa sembrare inizialmente, le persone altamente sensibili sono tra le più resilienti, lo dimostrano diversi studi.


Proprio perché il nostro mondo interiore ci mette costantemente alla prova, ci vuole molta forza per mostrarsi, per non vergognarsi di piangere, di tremare, per rimanere centrati anche se siamo sballottati dai venti e dalle correnti delle nostre emozioni.


“Ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della vita”. Ho risentito questa canzone di Luca Carboni per radio qualche giorno fa e mi ha subito fatto pensare alle PAS (per chi era adolescente negli anni 90, andate a riascoltarla con le lenti dell’Alta Sensibilità).


Questo fisico bestiale noi potenzialmente ce l’abbiamo, anche se forse non ne siamo consapevoli e non gli diamo fiducia. Quindi magari limitiamo le nostre scelte, perdiamo opportunità, ci convinciamo che “non è per noi” per paura di non farcela.


Per questo è importante davanti a una decisione o a una scelta chiederci che emozione ci sta guidando. Se è la paura, mettiamola un attimo da parte e chiediamoci piuttosto se è una scelta che sentiamo giusta per noi perché va verso i nostri più profondi desideri e bisogni. E poi percorriamola, fidandoci della nostra forza.


Possiamo lavorare profondamente sulla nostra percezione di fragilità per arrivare a darle un altro nome attraverso:


- La conoscenza del tratto dell’Alta Sensibilità e come si combina con le altre nostre caratteristiche di personalità, ad esempio capendo quali vengono potenziate dall’Alta Sensibilità e quali limitate.

- La ricontestualizzazione (re-frame) delle nostre esperienze passate, soprattutto quelle infantili, alla luce del tratto. E’ probabile che da piccoli abbiamo vissuto come fallimentari esperienze che derivavano dalla non – comprensione del nostro tratto da parte nostra e/o degli adulti di riferimento.

- La guarigione delle nostre ferite passate mettendoci di fronte ai bambini/e che siamo stati e alle sofferenze che abbiamo provato anche con l’aiuto di specialisti che possano aiutarci in questo passaggio.

- L’addestramento a capire quando stare nel mondo e portarci la nostra forza e quando c’è bisogno di ritirarci per recuperare. E capire anche quando siamo invece troppo ritirati e poco stimolati e cominciamo a provare quel senso di vuoto e di mancanza di senso.


Ci vuole molto allenamento per stare dritti contro il vento. Luca Carboni


E allora cominciamo ad allenarci :-)


Le quattro fasi descritte si ritrovano in modo più esteso nel libro di Elaine Aron, Persone Altamente Sensibili.