La solitudine nelle Persone Altamente Sensibili: quando stare da soli diventa una risorsa

Quando pensiamo alla solitudine, spesso la associamo a qualcosa di negativo: all’isolamento, al sentirsi esclusi, al brutto di essere soli. E certamente la solitudine può avere anche questo risvolto.
Ma esiste anche l’altra faccia della solitudine: la solitudine scelta, cercata, abitata.
E per le persone altamente sensibili, la solitudine che diventa un bisogno.
Il bisogno di stare da soli
Le persone altamente sensibili spesso amano le relazioni profonde, trovano piacere nello stare con gli altri e nel sentirsi parte di un gruppo.
Eppure, fin da piccoli, possiamo aver avvertito anche un forte bisogno di stare da soli. Un bisogno che non sempre abbiamo compreso.
Non avendo ancora consapevolezza del nostro tratto, possiamo essere arrivati a considerarci strani. Possiamo esserci chiesti perché non abbiamo sempre voglia di uscire, perché dopo tanto tempo in compagnia sentiamo il bisogno di ritirarci, perché abbiamo bisogno di silenzio quando magari gli altri hanno ancora voglia di parlare, fare, stare insieme.
E possiamo anche essere stati giudicati per questo: sei asociale, non ti piace stare con gli altri, perché te ne stai sempre per conto tuo?
Così non è raro che abbiamo imparato a combattere il nostro bisogno di solitudine invece di ascoltarlo.
Ma la solitudine, quando è scelta e sana, è una risorsa fondamentale per le persone altamente sensibili.
Fare spazio
Innanzitutto, perché ci permette di ricaricarci.
Stare da soli significa poter staccare, anche fisicamente, dagli stimoli ambientali e sociali che ci generano sovraccarico e finalmente fare spazio.
Le persone altamente sensibili hanno sempre tante cose in testa: idee, intuizioni, progetti, possibilità.
Quando siamo sovraccariche però non riusciamo più a pensare bene, a focalizzarci, a funzionare come vorremmo, perché abbiamo troppo da elaborare contemporaneamente.
Abbiamo quindi bisogno di tempo e di spazio perché quello che abbiamo in testa possa scendere. Perché le idee possano chiarirsi. Perché i pensieri possano essere, letteralmente, posati.
La solitudine può diventare proprio questo: uno spazio in cui posare i pensieri e mettere le cose in prospettiva.
Il tempo per elaborare
La caratteristica principale associata all’Alta Sensibilità è una maggiore profondità nell’elaborazione delle informazioni.
Questo significa che ciò che ci accade può richiedere più tempo per essere elaborato e che facciamo più fatica degli altri a passare oltre.
Un’esperienza continua a lavorare dentro di noi, la osserviamo da più angolazioni, la colleghiamo ad altre esperienze, la sentiamo, la pensiamo e ri-pensiamo.
E per fare questo abbiamo bisogno di uno spazio in cui poter elaborare ciò che è accaduto senza essere immediatamente chiamati a fare altro.
Uno spazio in cui possiamo anche vivere quella sensazione di pesantezza comune alle Persone Altamente Sensibili, che deriva proprio dal portarci dietro tanti stimoli, tanti pensieri, tante elaborazioni.
Nella solitudine possiamo permetterci di essere pesanti. Non dobbiamo necessariamente dimostrare leggerezza. Non dobbiamo essere spensierati. Non dobbiamo continuare a funzionare, rispondere, partecipare, sorridere, interagire.
Possiamo semplicemente stare…e rigenerarci in uno spazio in cui non dobbiamo essere niente.
Siamo stati spesso bambini vecchi
Molte persone altamente sensibili, guardandosi indietro, riconoscono di essere state un po’ dei bambini vecchi.
Bambini più saggi, più maturi. Bambini che sembravano avere già vissuto tanto.
Non perché questo fosse vero ovviamente, ma perché percepivamo ed elaboravamo più cose rispetto a tanti altri bambini: stimoli, emozioni, pensieri, domande.
E forse già allora avevamo bisogno di quello spazio che non sapevamo nominare. A volte ci isolavamo, giocavamo da soli, non volevamo stare con gli altri, non amavamo gli schiamazzi, piangevano se indotti a partecipare per forza.
Pianificare la solitudine per le persone altamente sensibili
Per questo, se vogliamo prenderci cura della nostra sensibilità, possiamo iniziare da una cosa semplice: pianificare la solitudine.
Quando pianifichiamo, tendiamo spesso a considerare tutto quello che potenzialmente potremmo fare (anche perché siamo dei perfezionisti e il nostro giudice è severo).
E sicuramente siamo capaci di fare tanto: incastrare un appuntamento dopo l’altro, essere produttivi, rispondere alle richieste, portare avanti i nostri progetti.
Ma il punto non è soltanto quanto possiamo fare, ma anche quanto ci costa farlo.
Perché se riempiamo ogni spazio disponibile, il rischio è quello di arrivare al sovraccarico senza esserci accorti di aver superato la nostra soglia.
Allora possiamo iniziare a inserire nella nostra giornata uno spazio che non abbia necessariamente uno scopo produttivo.
Anche solo mezz’ora: una passeggiata da soli, un momento in silenzio, un tempo vuoto.
Un tempo in cui magari mi alzo e vado a guardare il cielo. Senza dover fare altro.
Il tempo vuoto è anche uno spazio creativo
Il tempo vuoto spesso si riempie da solo, senza forzature. Perché quando facciamo spazio, qualcosa può emergere. Le idee possono arrivare. Possiamo accorgerci di qualcosa che prima non vedevamo. Possiamo lasciare che un’intuizione trovi la sua forma. Possiamo mettere semi.
La solitudine non è quindi soltanto un tempo per recuperare energie dopo essere stati nel mondo.
Può essere a tutti gli effetti anche un tempo creativo. Perché quando smettiamo di riempire ogni spazio, lasciamo spazio a ciò che ancora non sappiamo. E questi spazi di solitudine diventano spazi gioiosi, liberi dai dovrei e aperti alla creatività.
Gioire della solitudine
La solitudine è gioia quando la scegliamo perché sappiamo che ci fa bene.
Quando la usiamo come spazio di ricarica, di elaborazione, di creatività.
Quando siamo consapevoli che ci stiamo prendendo cura del nostro sistema nervoso quando gli stimoli sono stati tanti.
Quando è il modo in cui possiamo tornare a sentire cosa c’è dentro di noi.
La solitudine, quando è una scelta e non una fuga, può diventare una vera e propria igiene del nostro benessere. Un tempo fertile, in cui posare i pensieri e lasciare che, lentamente, qualcosa possa nascere.



Commenti